su Grillo (parte seconda).
Ieri sera in un locale vicino alle Colonne di San Lorenzo qui a Milano, Alessandro (o sarebbe meglio dire l’Ale…) mi parlava di Beppe Grillo e delle sue iniziative. Io, bene o male, ho detto quello che ho scritto nel post precedente (a proposito: grazie Filippo per l’apprezzamento), ma la discussione è stata utilissima sostanzialmente per due motivi strettamente legati fra loro che mi permettono di tornare sull’argomento perché noto un certo interesse attorno ad esso. L’ Ale mi diceva che le tre proposte del comico (no ai parlamentari condannati, impossibilità di essere eletto per più di due volte, no ai parlamentari scelti dalle segreterie di partito: i candidati al Parlamento devono essere eletti con la preferenza diretta) sono tutte da apprezzare e da sottoscrivere. Siamo non più, come nel precedente scritto, nella palude della forma e della sostanza, adesso, se si leggono bene i tre “proclami” si è oltre. L’ingresso in Parlamento, soprattutto se spinti da un pizzico di retorica e di perbenismo (caratteri a volte non necessariamente negativi) dovrebbe sì essere vietato ai condannati, ma non si può -e questa riflessione vale anche (e soprattutto) per il secondo “proclama”- affatto ignorare la volontà popolare. Ma è proprio qui che la questione si fa ancora più scottante. È piuttosto evidente che una legge elettorale che non produce “eletti”, ma “nominati” cozza fortissimamente con questo ragionamento. Le ultime elezioni politiche (2006) si sono svolte sotto l’insegna del Grande Fratello… “mister X sei stato nominato…” e il povero (o ricco) mister X non doveva fare neppure una grande fatica durante la campagna elettorale perché godeva di una elezione in molti casi “assicurata”. E ci sono stati tantissimi mister X. In questo caso, anche se i cittadini hanno votato lo stesso scegliendo esclusivamente i partiti, il gioco è stato (molto) più semplice nello stabilire ben prima delle elezioni chi sarebbe dovuto andare a sedere in Parlamento. Il discorso cambia se si ha, ad esempio, un sistema elettorale proporzionale con preferenze (cioè: si vota un partito e si esprime la preferenza al candidato più gradito ovviamente di quello stesso partito): in questo caso se gli elettori (il popolo tanto caro a Grillo) vota direttamente quel candidato per dieci legislature consecutive, che si fa? Gli si dice “no, mio caro, per legge devi tornartene a casa dopo non più di due”? Il discorso è complesso, capisco, ma deve essere affrontato. Lasciando per il momento (con la promessa di tornarci su prossimamente) i tecnicismi dei sistemi elettorali, la questione la si può porre in modo più semplice: è difficile ridurre tutto ad un gioco di condannati o no da far sedere o meno in Parlamento, occorre serietà e buon senso. Beppe Grillo ha queste qualità unite ad una forte conoscenza delle questioni politiche? Probabilmente, ma sono scettico. Tornando all’Ale milanese e alle due ragioni che mi hanno spinto a continuare a scrivere su questa questione, non nascondo che -prima ragione- molti giovani sono attratti dai comizi (?) di Grillo perché non hanno riferimenti (i partiti non li considerano affidabili, le istituzioni sono viste come lontane, la politica in generale come “male”…) con cui identificare il mondo della cosa pubblica e quindi il primo che ne parla casomai con una parolaccia, una battuta e un po’ di retorica entusiasma. La sfida di chi ama la politica è tutta qui: riuscire a far passare il messaggio che i panni sporchi della politica devono esser lavati a casa della politica, sfidando, se necessario, anche chi fa la politica in un certo modo. I partiti -insisto- sono importanti, certamente come sono oggi è meglio non averne, ma non se ne può fare a meno. La seconda ragione, come dicevo strettamente collegata alla prima, è che si sente un certo interesse, non dico ancora bisogno, di parlare di questioni politiche. È un bene, sicuramente, però, non è auspicabile che lo si faccia nei termini di un populismo duro a morire.

