domenica, 17 dicembre 2006

Con questa rfilessione politica sospendo per un po' gli aggiornamenti, augurandovi un buon Natale e un felice anno nuovo!. ilb.

il caffè della domenica  di Antonio Campati 

Sotto alcuni punti di vista il nostro Paese può essere ribattezzato “il Paese-coccodrillo”. Prima mangiamo (quindi distruggiamo) ciò che abbiamo, poi, a causa del modo frettoloso con cui abbiamo proceduto, non riusciamo a riempire il vuoto creatosi e quindi piangiamo. Da qualche anno ci dilettiamo ad iscriverci chi al “partito che vuole i partiti” chi al diretto concorrente “il partito che non-vuole i partiti”. Insomma fra chi crede nel ruolo principale dei partiti per il funzionamento della democrazia e chi, viceversa, crede siano il cancro da estirpare. Come spesso accade per le dicotomie accentuate, una posizione abbastanza ragionevole è quella che cerca di mettere assieme il buono dell’una e dell’altra prospettiva. Oggi i partiti ci sono, non sono vecchi (il “vecchio” modello di partito è morto e sepolto), ma semplicemente (!) inadatti, senza una precisa meta da raggiungere e quindi fragili, figli di una falsa prospettiva, quasi di un sogno. Facciamo finta di niente, ma le nostre debolezze politiche sono anche conseguenza della carenza strutturale che affligge gli strumenti di partecipazione politica.

Giustamente si è detto che l’identità di un partito non è un semplice orpello e interrogarsi sulla sua identità significa domandarsi da dove viene il partito, che cos’è attualmente e che cosa vuole diventare nel futuro. Dalle nostra parti, ragioniamo con troppa fumosità sul futuro, la dimensione della politica. Se lo facciamo, lo facciamo con troppa vaghezza e i nostri ragionamenti sono influenzati, se non dettati, dalla cronaca attuale. Stentiamo a proiettarci nel dopo con mente distaccata dall’oggi. Certo, non abbiamo bisogno di profezie troppo avventate che superino il limite del concretamente realizzabile. Un obiettivo ambizioso potrebbe essere quello di rivitalizzare i partiti. Quando si sente parlare del “superamento dei partiti”, ci si interroga sul fatto che se contemporaneamente si dice che “non esistono più i partiti”, come si fa a “superarli”? Il tema di nuove formule è affascinante, il superamento si può anche verificare, ma sarebbe come fare un sorpasso in automobile senza mettere la freccia: il sorpasso (probabilmente) si fa ugualmente, ma con una scorrettezza, un difetto. Dobbiamo evitare un ulteriore difetto, bisogna concentrarsi sulla realtà. E la realtà, se osservata con occhio vigile e accorto, ci dice che oggi i partiti difettano (molto) sul loro rapporto con i giovani.

È un tema vecchio come il cucco, ma l’adagiarsi su questa massima ha fatto si che oggi, dopo circa quattro decenni dalla “istituzionalizzazione” del problema, siamo ancora qui a trovare una via d’uscita. Le fasi di approccio dei giovani alla politica si possono riassumere in quattro posizioni: una fetta di giovani vede la politica come l’insieme di tutti i difetti, delle disfunzioni, del “male”, la seconda nutre un rifiuto nei confronti della politica che è frutto di un sentimento generale sviluppatosi dopo tangentopoli e si riconosce nella formula: politica uguale ladri, la terza sarebbe anche interessata a questo mondo, ma non riesce ad emergere, non ha possibilità, si trova stretta fra un sistema di reclutamento delle giovani leve oramai inceppato e una sempre più evidente predisposizione dei senior a conservare “a tutti i costi” la posizione acquisita, l’ultima fascia giovanile è quella che partecipa attivamente, lo fa con modalità e fini spesso contrastanti ed è quella che più di tutte si rende conto dei forti limiti che la politica quotidiana impone. In tutto ciò i partiti hanno responsabilità? Sarebbe sciocco rispondere negativamente, anche se non detengono l’esclusiva del difetto. Non dobbiamo, quindi, girare attorno al problema, evocarlo quando conviene e lascialo lì irrisolto. È necessario che i partiti siano modellati -termine bruttissimo, ma il più appropriato- tenendo conto della società nel momento attuale, con uno sguardo al possibile futuro senza cadere nella tentazione di comportarsi in modo completamente opposto. Come -giustamente- è stato fatto notare, è necessario (se non doveroso) che i partiti riportino in cima alle loro preoccupazioni la politica. Questo per tentare di risolvere, o per lo meno per riportare entro confini più marcati e allo stesso tempo più reali, il rapporto (o i rapporti) che intercorrono fra l’opinione pubblica e i partiti.

Lo scetticismo, a volte estremo, con cui sono visti i partiti da parte dei giovani è un segnale fatale da recepire subito, senza tentennamenti. Altrimenti, inevitabilmente, il nostro futuro sarà proiettato verso orizzonti francamente non auspicabili.

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domenica, 10 dicembre 2006

il caffè della domenica  di Antonio Campati 

Giovedì sera (7 dicembre) ricorrenza di Sant’Ambrogio, come consuetudine, al Teatro alla Scala di Milano si è stata messa in scena la Prima. Un grande evento: culturale, mondano, politico e (particolarmente quest’anno) internazionale. La “Aida” di Zeffirelli è stata apprezzata da tutti. Ma la nostra riflessione domenicale si vuole soffermare, come hanno fatto tutti i giornali ieri e ieri l’altro, sulla ottima “regia” della serata affidata al Sindaco milanese Letizia Moratti. Il successo di Lady Moratti è stato talmente evidente che anche la seria opposizione che siede a Palazzo Marino ha riconosciuto: “Se ci fossero 365 Prima della Scala in un anno, Letizia Moratti sarebbe il sindaco più grande del mondo”. Avvolta in un elegantissimo abito Armani (il Sindaco ha fatto sapere che in ogni occasione di tale importanza si affiderà ad uno stilista diverso) la padrona di casa non si è risparmiata in nulla. Ha curato ogni minimo dettaglio: dalle tovaglie (messe a disposizione dalla stessa famiglia Moratti) sulle quali gli ospiti selezionati hanno consumato la cena dopo lo spettacolo a (soprattutto) i rapporti con gli invitati all’evento. Se l’accoglienza è frutto di una particolare sensibilità personale e comunque essenziale in occasioni come quella di giovedì scorso, le battute giuste, il sorriso, il complimento agli “invitati all’evento” sono stati utilissimi al Sindaco per raggiungere l’obiettivo che si era prefissato: continuare a stimolare l’importantissima rete di rapporti che dovrà essere utile per l’assegnazione dell’Expo2015 alla città italiana. Un lavoro di tessitura essenziale per il coronamento di quello che oggi è solo un desiderio. Letizia Moratti, a detta di molti, ha dimostrato nei fatti la sua ferma volontà di portare Milano rafforzata sul livello internazionale. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel guardava sbalordita il Primo Cittadino mentre passando con tranquillità dall’italiano all’inglese, poi al francese, e poi di nuovo all’italiano accoglieva nel Teatro i personaggi noti e meno noti accorsi. Atteggiamento da diva, da primadonna, ha detto qualcuno. A tal proposito, Vittorio Sgarbi ha detto che nell’attuale Giunta milanese ci sono due divi: lui e il Sindaco…raccontando anche che quando la Giunta doveva  fare il suo primo ritiro spiritual-politico vennero chiesti al Comune circa sessantamila euro per affittare il castello che la doveva ospitare; l’Assessore alla Cultura spiegò che i proprietari del castello nel quale si sarebbero dovuti riunire avrebbero dovuto pagare loro perché avrebbero avuto l’onore di ospitare dei divi…l’affitto scese a duemila euro… . Retroscena a parte, siamo tutti contenti che (come in questi casi si dice) la serata sia riuscita. Speriamo che si realizzino anche quei progetti, che oggi sono forti auspici, se non altro perché porteranno del bene non solo a Milano. Buona domenica.

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domenica, 03 dicembre 2006

il caffè della domenica  di Antonio Campati 

"Guardati dall'uomo che ha letto un solo libro".

Buona domanica. ilb.

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