il caffè della domenica di Antonio Campati
Nel giro di poche ore ho seguito due "casi" televisivi che mi hanno messo un po' di tristezza perchè la mia regione, l'Abruzzo, diciamo così, non è stata considerata "bene". Due situzioni diverse, ma significative. Ieri sera mi sono trovato a guardare il film "La guerra degli Antò", ambientato nel 1990 e girato qualche anno prima della fine del decennio scorso. Un film che presenta un Abruzzo che nella realtà non è così, o -probabilmente- non lo è più. La città nella quale è ambientata la pellicola, Montesilvano, per il genere di film, ma soprattutto per la rappresentazione che si voleva dare della regione, sicuramente non è stato il palcoscenico più adatto. Secondo caso: poco fa durante "Buona Domenica" (Canale 5) con enfasi è stata più volte ricordata la "gaffe" di una partecipante alla trasmissione di Enrico Papi "La pupa e il secchione" che non sapeva che nel nostro Paese ci fosse una regione chiamata "Abruzzo". Adesso, per affetto verso la mia terra ci sono rimasto male. Nessuna tragedia, ma l'Abruzzo deve volare più in alto. Può, deve. Proprio nei primi anni novanta, periodo nel quale -ripeto- è stato ambientato il film che ricordavo, la Regione Abruzzo si trovava ai primi posti nelle classifiche che misuravano la ricchezza delle regioni, raggiungeva addirittura vette ambiziose in ambito europeo. Proprio l'anno scorso, un saggio politico abruzzese, oramai "in pensione", mi ricordava che negli ultimi dieci anni in quella classifica, che guidavamo, abbiamo lasciato (e stiamo lasciando) i posti migliori a regioni più intraprendenti. Nessun vittimismo. Tantomeno non ci si può rassegnare. Occorre però più concretezza e più entusiasmo. Elementi di cui certo non siamo deficitari. Buona domenica. ilb.
sul partito democratico.
Prendo spunto dall'editoriale di Filippo Andreatta sul "Corriere della sera" di martedì 19 settembre, per fare alcune riflessioni sul nascente Partito Democratico. Andreatta pone in evidenza le due 'principali caratteristiche di una forma partito moderna': la prima riguarda la pittaforma programmatica che "non potrà più essere ispirata da un sistema di credenze ideologiche rigide, come invece succedeva nei partiti di massa tradizionali". La seconda caratteristica guarda invece alle primarie come garanzia che porterebbe ad un "passaggio a un soggetto autenticamente nuovo". Le ampie, e da un certo punto di vista, convincenti idee a supporto di questo schema, credo che cozzino, però, con il modello di organizzazione politica che potrebbe meglio adattarsi al nostro Paese. Mi spiego: Andreatta colloca la sua analisi in un frangente temporale prossimo, ovvero, ancora si arriva (nella realtà) ad un consolidamento così convinto fra i partiti che dovrebbero creare il Partito democratico tale da dare per scontata la creazione di questa nuova "casa comune". Forse -e lo dico con un pizzico di brutalità accompagnata da sana sincerità- questo nuovo partito nessuno (o quasi) lo vuole fare. Certamente il Presidente Prodi è uno dei fautori più convinti, può contare su alcuni fedelissimi, ma parte dei vertici de "la Margherita" e dei "Democratici di sinistra" posti davanti a questo progetto rimangono un po' freddi. Credo che ancora più resistenze giungano dall'elettorato, dalla cosiddetta 'base'. Gli scettici sono principalemente quelli che hanno vissuto in prima persona le esperienze del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana. Ma qualche titubanza, probabilmente, c'è anche fra i "giovani" moderati, ponderati, tesi ad un dialogo costante perchè figli di padri che hanno insegnato loro lo spirito che ha animato per tanti anni la vita politica dei democristiani, e parte, o gran parte, della sinistra giovanile che si caratterizza per modi di fare, di organizzare, di esprimersi che difficilmente si potrebbero coniugare con quelli dei "coinquilini" dielle. Naturalmente c'è anche una fascia di elettorato, ma appunto non di militanti, che vede nella prospettiva di questo nuovo soggetto il mezzo attraverso il quale dare respiro ad una politica "nuova" e, perchè no, strumento per partecipare un domani direttamente da protagonisti. I passi avanti e le frenate di questi mesi credo che siano frutto di questo, che chimo, "pendolarismo incerto" fra un'idea portatrice di una possibilità nuova per la politica, che si pome sul filone della "semplicifazione" del quadro politico e un'altra opposta che si affida al riornello secondo il quale verrebbero ad offuscarsi le distinte identità di ds e dielle. Domanda: nascerà seriamente il Partito Democratico (dove per 'seriamente' intendo la reale nascita di un partito che non sia la somma delle oligarghie e neppure l'auspicio frutto di un seminario)? In una prospettiva di medio-lungo termine, sic rebus stantibus, si, ma una accellerazione la potrebbe dare solamente la nascita -spontanea- di un "sentimento" che sia il motore del Partito. Antonio Campati
Gian Filippo mi ha detto...
In tarda mattinata 'parlavo' tramite computer con alcuni amici. uno di questi, di punto in bianco, mi ha fatto una domanda da un milione di dollari "ma cosa sta succedendo?". Dopo qualche mio punto interrogativo con annessi puntini di sospensione, mi ha spiegato che si riferiva al "caso" Telecom e mi sollecitava a dare un giudizio. il giudizio non l'ho dato e non lo esprimo neanche adesso perchè avrei almeno dovuto leggere il "bigliettino" che il consulente di Prodi aveva inviato -privatamente- a Marco Tronchetti Provera. Però qualche considerazione la faccio dopo questa doverosa premessa. Sicuramente il Presidente Prodi non ricorderà come giorni 'spensierati' questi che si stanno consumando. Ovvero ricorderà la visita in Cina, meno le vicende di casa nostra. Un suo strettissimo collaboratore aveva inviato a una delle personalità più importanti dell'economia nostrana, un dettagliato piano ricco di 'consigli' su come ristrutturare l'azienda del quale il ricevente era presidente. Un'azienda, la Telecom, che non si trova per la prima volta al centro delle attenzioni mediatiche. 'Appunto' di cui Prodi non sapeva nulla. Anzitutto -ma credo l'abbia fatto- il Presidente del Consiglio doveva prendere una posizione di ammonimento molto forte nei confroni del suo collaboratore, con una frase del tipo "qui non stiamo amministrando un condominio". Seconda considerazione, la titubanza nella reazione dello stesso consigliere economico della presidenza ha lasciato inevitabilmente spazio a legittime critiche da parte dell'opposizione (ma non solo, visto che ampi settori della maggioranza hanno espresso il loro "disagio"), critiche che in parte si sarebbero potute evitare se si fosse presa una decisione subito, cosa che non è stata fatta, sbagliando. Terzo, e forse più importante, appunto: quando si riuscirà non a distinguere (perchè sarebbe impossibile e probabilmente anche dannoso) ma a mantenere chiari i rapporti fra mondo dell'economia e delle finanze e politica? Spesso si sostiene che la 'crisi' della politica ha creato un vuoto che è stato riempito dall'economia. Può darsi, ma credo che sia la politica sia l'economia debbano avere i loro rispettivi spazi, la loro autonomia e contemporaneamente debbano garantire una proficua collaborazione. I cortocircuiti perversi non portano nulla di buono. Questo tutti lo sappiamo, ma puntualmente -specialmente in questi ultimi anni- le cronache ci evidenziano che queste considerazioni non sono ancora regola nel nostro Paese. Tornando all'amico, ha concluso dicendomi (presumo scherzosamente) che sta pensando di votare dalla parte opposta a quella alla quale ha votato. Rimanendo su un discorso più serio, credo che molti elettori si siano sentiti, per dir così, a disagio, soprattutto quelli "di sinistra". Le cronache hanno riportato i malumori che si sono creati durante l'ultima Festa dell'Unità quando si parlava dietro le quinte di questa 'questione'. Questa la dice lunga anche sull' assenza di dichiarazioni a difesa del Presidente Prodi da parte della sua maggioranza. Ma qui si aprirebbe un capitolo troppo lungo che riservo ad un prossimo post. E -probabilmente- alla risposta ad una prossima 'scottante' domanda. Del mio amico, naturalmente. ilb.
la voglia di dialogo.
Sul "Corriere della Sera" Magdi Allam, una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano, anche oggi ha scritto un editoriale che ho apprezzato molto. Allam, con il suo stile semplice e schietto, ha posto delle domande alle quali sarebbe necessaria una risposta, possibilmente unanime. il vice-direttore di via Solferino si è soffermato (giustamente) ancora una volta nel commentare il comportamento ingiustificabile che assumiamo noi occidentali, cristiani o no, davanti all'ennesima provocazione che l'Islam radicale ha lanciato al Papa. Nello specifico, si denunciava la diffusione di vignette "satiriche" sul Papa "modificato" con particolari preoccupanti. Ancora una volta il coraggio di fare pubblicamente delle riflessioniprobabilmente scomode, ma necessarie, di una tale urgenza che se non riusciamo in un tempo relativamente breve a risolvere, quindi a rispondervi, ci porteranno dei problemi sicuramente non più affrontabili. Il problema non si deve porre sul piano prettamente ideologico. Non devono essere solamente i cattolici a indignarsi. No, tutti dobbiamo tentare una soluzione, dove per tutti intendo anzitutto i rappresentanti politici, perchè questa non è una "chiamata alla responssabilità" di quelle che si fanno solamente per uno spirito, diciamo così, anti-politico. E' un appello a rispondere a una 'sfida' che -in vari modi, sicuramente provocatoriamente- ci hanno lanciato e noi non possiamo far finta di niente. Non è una chiamata alle armi, ma il contrario. Una chiamata al dialogo. Dove due voci si confrontano. Ma, con un pessimismo che non è caratteristico della mia persona ma in questa occasione è inevitabile, devo rassegnarmi a dire che, per ora, non sono ancora ben chiari i confine delle "due voci". E questo è ancora più grave. ilb.
il caffè della domenica di Antonio Campati
In queste settimane tutti i più importanti quotidiani hanno riservato ampio spazio al nuovo libro (il primo romanzo) di Walter Veltroni “La scoperta dell’alba” (Rizzoli). Ancora lo leggo, ma credo che lo comprerò. Molti critici lo promuovono a pieni voti. Ieri ho letto un volantino che pubblicizzava il libro di Marco Franoso “Tu non sai cos’è l’amore” (Marsilio). Questa la frase ad effetto: “Perché i bambini si nascondono? Per dare una possibilità ai grandi di andarli a cercare. E perché i grandi li vanno a cercare? Per trovarsi”. Sinceramente non ho letto nulla di questo libro vincitore del Premio Letterario Castiglioncello. Mi incuriosisce. Silvio Cuccino e Carla Vangelista hanno “terminato e inviato all’editore” la sera della vittoria dei Mondiali di calcio “Parlami d’amore” (Rizzoli). C’è un sito creato ad hoc che ne parla. Buona domenica. ilb.
p.s. : ho modificato il carattere del titolo della rubrica e la tazzina, dal momento che non era poi così bella, l’ho tolta, in attesa di un disegno più bello.
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oriana fallaci rappresenta un modello. la scelta deve essere netta: positivo o negativo. soprattutto negli ultimi tempi con questa imperante radicalizzazione di tutto, la fallaci rappresenta una di quelle donne che o si amano o si odiano. ci piacerebbe che la questione non fosse posta in questi termini, ma per essere realisti, non si può fare a meno di questa netta divisione. non ho utilizzato volutamente i verbi al passato perchè, benchè saremo sommersi in queste ore di attestati anche un po' goffi e retorici, tipici in queste spiacevoli ricorrenze, se una persona è considerata "importante" la si deve sempre ricordare, il suo pensiero, condiviso o meno non importa, deve essere sempre lì, nitido, presente, non ingombrante. spesso ha provocato, spesso, però, ha detto con voluta crudeltà delle cose che molti pensavano, ma quasi nessuno riusciva a dire, per pudore. sicuramente è una giornalista che ci fa pensare, anche adesso che non c'è più, forse anche più di prima. nella sua auto-intervista a tratti sembrava (ecco che inevitabilmente ho utilizzato un verbo al passato. continuerò come capita) spregiudicata, cercava (e molte volte ci è riuscita) di dare uno scossone a delle menti assonnate, assopite sul divano dell'indifferenza e della rassegnazione nei confronti di una situazione che, anche se con tratti positivi, oramai appariva inevitabilmente compromessa con il male. con asprezza ci ha scritto le sue idee. con pari asprezza le abbiamo accolte. l'asprezzza figlia di un modo di operare forte, ruvido, pieno di amarezza. e come se in ogni occasione ci stesse ricordando a noi tutti che dobbiamo stare attenti, guardare la strada che percorriamo e, in qualche modo, essere piloti vigili e accorti, non farci trasportare da altri. ci ha lasciato molti spunti, su cui abbiamo riflettuto e sui dovremo rifrettere da qui in avanti. una certa consolidata tradizione vuole che in questi casi si dica: "ci mancherà". si, a noi ci mancherà. ilb.
il caffè della domenica
di antonio campati
ritorna (con piacere) "il caffè della domenica" dopo la pausa estiva. ci eravamo lasciati descrivendo la non brillante situazione nella quale si trovava il chieti calcio. ebbene, leggo che la squadra abruzzese giocherà in promozione. non possiamo che essere contenti, si direbbe "meglio di niente". chiusa la parentesi sportiva, è doveroso fare un accenno alla "questione" di politica interna di questi giorni: il ruolo dell'opposizione di centro-destra. un fiume di dichiarazioni, come sempre in questi casi. nei prossimi post si cercherà (volentieri) di fare qualche considerazione. un ultima nota: si riparte con la voglia di allargare ulteriormente il circuito del "caffè" e del blog in genere. buona domenica (anche se, vista l'ora, dovrei dire buona serata). ilb.
la vignetta.
a volte della prima pagina di un giornale rimane nella mente la vignetta. perchè spesso stimola la riflessione oltre che -naturalmente- una risatina sotto i baffi. è il caso della significativa scenetta illustrata da giannelli sul "corriere della sera" di oggi: sullo sfondo un'immagine di guerra (bombe che esplodono) ed in primo piano due soldati, spaventati, accasciati a terra, uno dice all'altro "non aver paura! la nostra è una missione di pace lo ha confermato parisi!!". ebbene, questa vignetta descrive meglio di qualunque articolo la paradossale situazione che noi stessi ci costruiamo giorno dopo giorno quando discutiamo di politica estera. francamente i toni "trionfalistici" dei nostri rappresentanti nelle istituzioni quando si inviano soldati all'estero sono patetici e -per dirla tutta- sono la dimostrazione di come troppo spesso la frivolezza superi di molto (troppo) la serietà. tornando alla vignetta non si tratta semplicemente di ricordare che l'attuale maggioranza, quando era opposizione ricoprì di veri e propri insulti il centro-destra ai tempi della guerra a bin laden e adesso, anche se in un contesto radicalmente diverso, ha inviato lo stesso soldati nel libano. io, francamente, non avrei mai potuto credere che i diliberto, i rizzo, i pecoraro scanio... si sarebbero "turati il naso" e rifinanziare sic et simpliciter le missioni del governo berlusconi e -addirittura- essere i registi di una nuova. leggo che oliviero diliberto spiega che il suo partito, il pdci, ha votato il rifinanziamento per la presenza in afghanistan "per non far cadere il governo. ma eravamo contrari, lo abbiamo sempre detto". (!!!) a questo punto sarebbe necessaria una riflessione ampia e approfondita sulla "struttura" del nostro sistema politico, colmo, fino alla nausea, di contraddizioni impossibili da ridurre a semplici divergenze ( si veda post precedente). ilb.
"normalizzare".
i dibattiti di questi giorni ospitati nelle feste di partito rischiano -come spesso accade- di diventare semplicemente megafoni per uno o l'altro che vi partecipa. quest'anno, però, dagli incontri di fine estate si può cogliere qualcosa di più. viviamo una stagione politica anomala: un governo anomalo si è insiedato qualche mese fa con una opposizione anch'essa anomala. ma cosa vuol dire anomalo? senza regola. la politica è senza regola. è un'affermazione non comune, ma preoccupante. la regola politica, se seguita, dovrebbe avere come conseguenza un governo e una opposizione "normali". consumiamo preziose parole per illustrare la tesi secondo la quale questo bipolarismo così com'è non funziona. in effetti, sono più convincenti le tesi che vedono con scetticismo questo bipolarismo che quelle che lo ergono sull'altare delle formule intoccabili. a volte, però, mi chiedo perchè si fa finta di non capire. quando si accenna alla riorganizzazione del sistema politico italiano, subito il malizioso pensa ad un qualcosa da evitare, di negativo. mi spiego: se qualche politico dell'ala più moderata di una delle due coalizioni parla di "centro" subito viene accusato di neo-centrismo o cose simili. il problema si trova alla fonte: buona parte del popolo italiano ancora fa bene i conti con la storia, vuole un'Italia "matura", "come gli altri paesi dell'europa", ma poi stenta ad analizzare con obiettività anche "gli altri paesi dell'europa". abbiamo un problema politico molto serio nel nostro paese: conviviamo con un bipolarismo fasullo, figlio di un'invenzione affrettata e poco attenta alle prospettive future. non è vero che dobbiamo rassegnarci a questo bipolarismo perchè è lo stesso sistema che vige negli altri paesi del continente. non è vero, gli altri paesi non hanno un sistema come il nostro, neppure simile, hanno un'organizzazione dei partiti che si rispecchia con la società, che fa i conti con quello che l'elettorato desidera, non sono certo infallibili, ma tentano di esserlo. la proposta avanzata più vicina ad una prospettiva realizzabile è quella che vede una "divisione" in quattro aree: una destra populista, un centro moderato, una sinistra riformista, una sinistra radicale. probabilmente su una piattaforma del genere si possono costruire se non quattro partiti, quattro coalizioni con progetti, intenti e ideali affini. ma questa è teoria politica. in pratica, cosa fare? occorre trovare una "cura". anche di questo si discute in questi giorni, ma non possiamo sempre rinviare. l'attualità politica ci invita, con sempre maggiore urgenza, ad intervenire. non dobbiamo sacrificare nulla. non dobbiamo privarci di nulla. dobbiamo (solamente) dotarci di un po' di coraggio. per "normalizzare" il nostro sistema politico. ilb.