mercoledì, 14 settembre 2005

"Vanno male, oggi, le cose. Bisogna dirlo chiaro. Il paese non cresce dentro un'Europa che cresce anch'essa assai poco. La produzione e i consumi diminuiscono. Alcune distanze sociali aumentano. I conti pubblici preoccupano. Le classifiche internazionali della competitività segnano di anno in anno il nostro passo indietro. Eppure siamo un grande paese, che parla e affascina tanta parte del mondo. E ancora in questi ultimi anni, pur così difficili, siamo stati capaci di brevettare il codice a barre e di inventarci la scarpa che respira. Abbiamo appena conquistato una grande banca tedesca e gli autogrill delle autostrade spagnole. Facciamo volare su un elicottero italiano l'uomo più potente del pianeta, il presidente degli Stati Uniti. Dove sta dunque la radice del nostro problema? Il nostro paese ha vissuto un lunghissimo, interminabile 68. E ha mancato il suo appuntamento con l'89. Le due date che forse hanno scandito di più la storia e la cronaca dell'occidente, noi le abbiamo attraversate in un modo tutto nostro, e forse non nel modo che era più giusto. La grande ventata giovanile e studentesca degli anni sessanta ha continuato a soffiare anche troppo a lungo. Ha rivendicato diritti e libertà, giustamente. Ma ha trascurato doveri e responsabilità, assai meno giustamente. Quel movimento ci ha lasciato in eredità un'idea della vita e della società in cui i confini del proibito si sono spostati molto in là, ma il territorio degli obblighi, dei legami, della fatica, in un certo senso anche della disciplina non è stato abbastanza coltivato. La sinistra ha continuato a raccontarci che quegli anni erano stati formidabili, noi ci siamo fatti un po' intimidire da quella mitologia, mentre il resto del mondo girava pagina e guardava altrove. Più di vent'anni dopo, mentre da noi si continuavano a stampare le magliette di Che Guevara e i libretti rossi del despota cinese Mao-tse-tung, nell'Europa centro-orientale un'altra grande ventata di libertà faceva crollare il muro di Berlino e allontanava dalle nostre contrade lo spettro in carne ed ossa del comunismo. Era una ventata a cui aveva concorso in modo decisivo la predicazione di Papa Giovanni Paolo secondo. Una volta di più la libertà religiosa era stata condizione e premessa della libertà a tutto campo: sindacale, imprenditoriale, elettorale, istituzionale. Quella stessa ventata ha soffiato assai più debolmente nel nostro paese. Avremmo dovuto trarne lo spunto per ripensare noi stessi, per ancorarci a un'etica di maggiore responsabilità, per riorganizzarci in modo più competitivo, per accelerare riforme e liberalizzazioni. E invece proprio in quegli anni noi, soli nel mondo, stavamo per perderci nel vortice del giustizialismo. Che alla fine potesse essere Occhetto, con la sua gioiosa macchina da guerra, il beneficiario politico della caduta del muro di Berlino la dice lunga sulla deriva provinciale a cui il nostro paese stava per lasciarsi andare." (Marco Follini)

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lunedì, 12 settembre 2005

"le cronache di questi giorni lo certificano: se in passato di una festa di partito si ricordavano i duelli più accesi, adesso a tenere banco sono le apparizioni di attrici e modelle che fanno capolino alle kermesse". così angela frenda sul corsera di lunedì 12 settembre. tra flavia vento, sabrina ferilli e raffaella carrà, alla fine ci divertiamo pure un po', senza scandalizzarci però se la cara flavia è ancora indecisa sulla sua collocazione (margherita - storace - ora berlusconi), la pasionaria sabrina (ancora romanista?) che si tormenta con le difese del referendum... e la raffa che sorpresa dopo varie ore di dibattito giunge a conclusione: a domanda del giornalista "allora per chi voterà alle primarie?" risponde "perchè posso votare anche io?". per dirla con mike... allegria! ilb.

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